Phil Jarvis, traditional sign painting – report

Barbetta mefistofelica, capelli raccolti che lasciano cadere una piccola coda e sguardo da folletto, il corpo longilineo dall’andamento molleggiato che si appropinqua allo studio, ormai è un personaggio ben noto alla cultura del tatuaggio capitolina, ma per chi non lo avesse riconosciuto, il soggetto appena descritto è Phil Jarvis uno dei disegnatori di insegne, o sign painter, più conosciuto al mondo.

Mentre lo studio è ancora chiuso e noi facciamo le quotidiane pulizie e iniziamo a preparare i banchetti di lavoro, l’infaticabile americano è già al lavoro buttando giù uno schizzo di quello che andrà poi a realizzare sulle vetrine.

Phil ha iniziato a dipingere insegne come lavoretto estivo nel 1979, mentre andava ancora al college, da quel momento non ha più smesso e ha abbellito con le sue opere un mucchio di attività commerciali negli Stati Uniti e qualche fortunato qui in Italia.

La storia delle insegne commerciali si perde nella notte dei tempi, sin da quando sono iniziate le prime attività commerciali della storia, forse ancor prima che ci fosse una storiografia scritta, era il modo con cui potevano sbarcare il lunario le persone con un’inclinazione artistica, quando non avevano dei grandi mecenati a sovvenzionarli.

Per quanto riguarda le tecniche sono sicuramente cambiate nel tempo, Phil, dopo aver completato i bozzetti, disegna una sorta di stencil, come quello usato per i tatuaggi, su carta che incolla al vetro, solo pochi segni tanto per darsi dei punti di riferimento, poi comincia la vera magia. Partendo dal colore più chiaro, inizia a stendere gli smalti con dei pennelli quadrati e molto lunghi che formano quasi una piccola spatola lunga e molto flessibile, ma la cosa veramente strabiliante è che fa tutto a mano libera, persino i cerchi.

Per ogni vetrina procede nello stesso ordine, prima fa lo scheletro della scritta con un colore piuttosto chiaro, poi lo rifinisce e gli dà solidità con il nero, quindi inizia ad imprimere profondità con altre sfumature del colore base usato o con dei colori dai toni simili, aggiungendo delle highlights, facendo così guadagnare tridimensionalità ad ogni lettera, poi è la volta dei tocchi finali, nel nostro caso con il rosso, la parola fine è sancita dalla firma: “Hand painted by Phil Jarvis” che lo vede anche di profilo e stilizzato (nel nostro caso per la prima volta scritta in italiano).

Di questi tempi sono rimasti in pochi a praticare una forma di artigianato come la sua, sin dagli anni ’80, come ci ha spiegato, ci sono dei macchinari capaci di tagliare il vinile e creare adesivi di qualsiasi forma si voglia che poi vengono attaccati sulle vetrine o sulle insegne. Il risultato non è però paragonabile, sembra una retorica modaiola, ma la differenza potrebbe essere quella che passa tra un lavoro di grafica e uno disegnato. Senza togliere nulla ai primi, ma una certa freddezza li contraddistingue rispetto a qualcosa frutto della mano umana, del sudore, della materia, forse un paragone più calzante potrebbe essere quello tra una qualsiasi pietanza di un fastfood e una qualsiasi ricetta di vostra nonna.

Dopo due giorni e un notevole numero di ore di lavoro, le vetrine dello studio sono ora degnamente decorate, passate a studio per ammirarle!

Grazie Phil alla prossima.

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